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Un erbario illustrato

P.Tebt. II 679 + P.Tebt.Tait 39-41 + P.Tebt.Tait 39 add. + PSI inv. 4160 + ADDENDA

 

Scheda Tecnica

Inventario: P.Tebt. II 679 + P.Tebt.Tait 39-41 + P.Tebt.Tait 39 add. + PSI inv. 4160 + addenda (M-Pack3 2094; TM 63596)

Datazione: II sec. d.C.

Luogo di conservazione: Istituto Papirologico “G. Vitelli” - Università di Firenze; Berkeley, Bancroft Library; Oxford, Art, Archaeology and Ancient World Library, Papyrology Rooms; Carlsberg Collection – University of Copenhagen.

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© Center for the Tebtunis papyri, University of California, Berkeley

 

ContenutoPiù di 40 frammenti sparsi tra le collezioni di Firenze, Berkeley, Oxford e Copenhagen sono ciò che rimane del più antico testimone di erbario illustrato restituito dalla tradizione papiracea. 

L’autore, ignoto, doveva conoscere approfonditamente Dioscoride Pedanio, originario della Cilicia, che nella prima metà del I secolo d.C. compose il trattato De materia medica. Noti erano probabilmente anche gli studi di medicina e ginecologia di autori come Galeno, Eliodoro, Ippocrate, dal momento che questo erbario, oltre ad essere uno dei preziosi esemplari di trattati medici provenienti dal ‘deposito’ (vd. Scheda Trattato medico sulle affezioni dell’apparato respiratorio), sembra possa essere stato destinato anche ad uso ginecologico, come suggeriscono il termine “membrana, placenta” (chorion) e il verbo “provocare aborti” (ektrosai).

La struttura originaria del testo sembra essere stata la seguente: nome di piante con illustrazioni a colori (blu e verde scuro per gambi e foglie e giallo ocra per radici e infiorescenza), indicazioni delle proprietà medicinali, indicazioni sull’habitat e altre notizie di vario genere.

Nonostante non si conservino integralmente le colonne di testo, è probabile che ognuna raggiungesse un’altezza di circa cm 20 (il frammento E è misura circa cm 14,5). 

Gli erbari illustrati e la loro attendibilità

 

Con la designazione di “erbario illustrato” si intendono comunemente i trattati farmacologici nei quali il testo è accompagnato da raffigurazioni di piante. Il problema di come si presentassero è controverso, dal momento che le fonti letterarie lasciano emergere una certa ‘diffidenza’ rispetto alla loro attendibilità. Plinio il Vecchio, ad esempio, nel menzionare i disegni di Crateua, Dionisio, Metrodoro e le descrizioni delle proprietà corrispondenti, afferma che le riproduzioni sono di per sé poco fedeli data la varietà di colori e forme offerte dalla natura, di gran lunga maggiore di quella rappresentata. 

Dei personaggi ricordati da Plinio l’unico di cui abbiamo indicazioni più precise è Crateua, medico di Mitridate IV Eupatore, re del Ponto dal 120 al 63 a.C., esperto di medicina e veleni, che, stando ai frammenti della sua opera riportati da Dioscoride Pedanio, sembra essere stato un medico “raccoglitore di radici”, con attività pratica di botanico. 

Chondrilla ramosissima e Ballota acetabulosa

 

Una delle sezioni conservate riguarda la Condrilla, identificata con la chondrilla ramosissima. In questo caso, si osserva la scelta del termine petalon come sinonimo di phyllon, per indicare la “foglia”. La lacunosità del testo consente di individuare riferimenti alle proprietà curative dal punto di vista oftalmico, mentre Dioscoride (De materia medica, III 133), dopo averne descritto il fusto e i fiori e averla paragonata alla cicoria (o lattuga selvatica), si concentra non solo sulle proprietà digestive, ma soprattutto sulle modalità di applicazione per indurre l’eumenorrea, rimuovere macchie bianche sulla pelle e curare i capelli. 

Un’altra pianta menzionata nell’erbario è la Ballota acetabulosa, chiamata pseudodiktamnon. Da Dioscoride (De natura medica, III 32) e da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXV, iii 93) apprendiamo che cresceva in molti luoghi anche lontani e che era utilizzata in maniera simile al dittamo (diktamnon) – anche se non era ugualmente efficace. 

Ad esaltare le proprietà curative del dittamo è anche la tradizione letteraria: Virgilio la celebra nel canto XII (411-412) dell’Eneide quando, durante la battaglia scatenata da Giuturna, sorella di Turno, Enea fu colpito da una freccia. Per la sua guarigione fu decisivo l’intervento di Venere che, turbata dal dolore del figlio, colse sul monte Ida il dittamo “dalle rigogliose foglie e fiori purpurei” e lo intrise nell’acqua con cui l’anziano Iapige riuscì a curare la ferita.  

Bibliografia

 

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Ultimo aggiornamento

20.03.2026

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