
Il sito di Tebtynis (Taten o Tepten in egiziano, oggi Umm el-Breigât, “la madre delle torri” - TM Geo 2287), ubicato agli estremi meridionali dell’oasi del Fayyum, al limite tra la zona coltivata e il deserto, è uno centri rurali e religiosi meglio documentati della regione dell’Arsinoite. La frequentazione del villaggio è attestata almeno dal Medio Regno, ma il suo sviluppo più significativo si colloca in età greco-romana, quando la dinastia tolemaica portò a compimento l’opera di bonifica, irrigazione e massimizzazione del rendimento agricolo della ricca regione resa fertile dal lago Moeris.
L’area fu menzionata per la prima volta nel 1819 da Giovan Battista Belzoni, e il sito fu trovato quasi intatto nei primi scavi del 1899-1900, condotti dai papirologi di Oxford Bernard Grenfell e Arthur Hunt, finanziati dalla University of California, Berkeley e mirati alla ricerca di papiri. I sondaggi, condotti in modo irregolare nel quartiere romano al centro-sud dell’insediamento, nella necropoli dei coccodrilli e fino alle soglie del tempio, di cui misurarono le tracce del temenos, permisero il recupero di centinaia di testi greci, sia letterari sia documentari, tra cui rotoli interi, e di numerosi papiri in scritture egiziane.
Nel 1902, il sito fu poi parzialmente esplorato da Otto Rubensohn. Subito dopo la partenza degli archeologi, i fellahin locali intrapresero scavi intensi: nei primi decenni del ‘900 interi archivi e lotti di papiri finirono sul mercato antiquario.
Nel 1929, il sito fu nuovamente indagato da Evaristo Breccia per conto dell’Istituto Papirologico dell’Università degli Studi di Firenze, diretto da Girolamo Vitelli. Tra il 1930 e il 1936 Tebtynis fu interessata da una serie di campagne sistematiche e in estensione, con le più moderne tecniche di scavo e documentazione, condotte sotto l’egida dell’Istituto Papirologico e della Missione Archeologica Italiana da parte di Carlo Anti, direttore della MAI, con l’assistenza di Gilbert Bagnani. Ma anche nei primi anni ‘30 gli scavi clandestini portarono alla dispersione di centinaia di papiri in collezioni e istituzioni di tutto il mondo.
Dopo la conclusione delle campagne italiane, l’avvento della Seconda guerra mondiale determinò un lungo periodo di inattività, fino alla ripresa delle indagini nel 1988 con la missione congiunta dell’Università degli Studi di Milano e dell’Institut français d'archéologie orientale (IFAO), che tuttora opera sul sito. In oltre un secolo di scavi e ricerche è stata portata alla luce e studiata una porzione significativa dell’antico abitato, permettendo oggi di ricostruirne con buona precisione la struttura urbanistica, un risultato di particolare rilievo nell’archeologia egiziana, dove la conservazione di interi abitati è assai rara.

Il nucleo urbano di Tebtynis si organizzava attorno al grande tempio dedicato al dio Soknebtynis (“Sobek, signore di Tebtynis”), variante locale del dio coccodrillo Sobek, particolarmente venerato nel Fayyum. Situato nel settore sud-occidentale dell’abitato, il santuario costituiva l’elemento ordinatore dell’impianto urbano: da esso si sviluppava un’ampia via processionale monumentale (dromos), lungo la quale si orientavano in parte gli isolati e la viabilità interna. La posizione oggi apparentemente periferica del tempio rispetto all’abitato riflette le trasformazioni urbanistiche delle fasi più tarde.
Il tempio, fondato sotto Tolomeo I Soter, sorse probabilmente in continuità con una cappella attiva già nel Nuovo Regno, come suggerisce il rinvenimento di un blocco con il cartiglio di Ramesse II. All'inizio del I sec. a.C., le mura del peribolo del tempio di Tolomeo I furono abbattute per ingrandire la struttura: la fase scoperta da Anti è dunque quella che va dal I sec. a.C. agli inizi del III sec. d.C. Il santuario si collocava al termine di un imponente dromos processionale: lungo circa 300 m e largo 10 m, esso costituisce una delle vie monumentali più significative dell’intero Fayyum. Il percorso era scandito da due chioschi cultuali in pietra, uno romano, l’altro tolemaico, e fiancheggiato da quattro altari monumentali di età augustea e da altrettanti deipneteria, edifici destinati alle riunioni e ai banchetti rituali delle associazioni religiose, databili tra il I e il II secolo d.C. Gli accessi alle strutture erano abbelliti da statue di leoni accovacciati.
L’ingresso al tempio era preceduto da un vestibolo con due statue di sovrani di dimensioni maggiori del vero, una delle quali raffigurante Tolomeo XII, insieme ad altre statue di leoni, sfingi e di personaggi non regali; le pareti interne conservano in parte ancora le splendide decorazioni a rilievo incassato con scene di offerta e processioni in onore di Soknebtynis. Il santuario era racchiuso entro un imponente temenos perfettamente rettangolare di circa 63 × 113 m, con mura spesse quasi 5 m. All’interno si articolavano due grandi cortili, che racchiudevano il naos e gli ambienti cultuali, smantellati già in antico, e di cui nulla più rimaneva all’arrivo dei primi archeologi, se non una grande fossa piena di sabbia. Lungo tutto il lato interno del temenos si disponevano una cinquantina di vani, identificabili come alloggi sacerdotali (i cosiddetti pastophoria), o come ambienti di servizio. Apparentemente simile a tutti gli altri era l’edificio 32, sul lato est, dove, il 10 marzo 1931 Anti e Bagnani effettuarono una delle maggiori scoperte dell’archeologia italiana del secolo scorso. Le due cantine dell’abitazione erano difatti colme fino all’orlo di migliaia di frammenti e interi rotoli di papiro, i resti della biblioteca del tempio, depositati in quei ripostigli probabilmente quando il santuario fu chiuso all’avvento del Cristianesimo. Il ritrovamento costituisce l’unico esempio sostanzialmente conservato del contenuto di una biblioteca templare egiziana, e rappresenta il più ampio lotto di testi letterari egiziani mai rinvenuto.

Oggi il tempio è conservato in modo assai frammentario, e le sue vestigia permettono solo d’intravederne l’antico splendore: poco dopo la sua chiusura, avvenuta probabilmente tra la metà del III e il IV secolo d.C. in parallelo con altri edifici cultuali pagani della regione, la struttura fu sistematicamente smantellata e utilizzata come “cava” di materiali da costruzione. Il villaggio restò abitato durante l’era bizantina e quella islamica, fino alla sua scomparsa intorno all’XI secolo d.C. a causa dell’avanzare del deserto e del conseguente spostamento verso nord delle aree abitate e coltivate. Ma paradossalmente, proprio l’abbandono e la progressiva desertificazione hanno contribuito all’eccezionale stato di conservazione di Tebtynis. Gli scavi hanno rivelato un tessuto urbano articolato in isolati regolari, con quartieri densamente edificati caratterizzati da abitazioni in mattoni crudi, spesso case-torri a più piani, databili tra il III secolo a.C. e i primi secoli dell’età imperiale. Accanto agli edifici residenziali sono stati individuati magazzini, impianti produttivi e spazi pubblici: tra essi, bagni pubblici, il granaio, e il quartier generale degli eremophylakes, le “guardie del deserto”, che sorvegliavano l’accesso al villaggio e alle vie carovaniere.
Di eccezionale importanza è stata anche la scoperta, durante le indagini del 1934 nel settore nord-est dell’abitato da parte di Achille Vogliano, dell' "insula dei papiri", dove in due cantine vennero trovati centinaia di papiri provenienti da archivi privati e probabilmente dal grapheion del villaggio, l'ufficio incaricato della redazione, registrazione e conservazione degli atti notarili. Tra essi, vi erano numerosi documenti di carattere economico e amministrativo, per la maggioranza in greco e legati alla gestione e tassazione delle tenute agricole, ma anche rotoli e frammenti di letteratura greca. A sud-ovest del tempio sorgevano poi i cimiteri e la necropoli dei coccodrilli sacri o offerti come ex-voto a Sobek: dal cartonnage, la "cartapesta" composta da strati di papiri utilizzata in età tolemaica per la copertura o l’imbottitura degli individui e dei rettili mummificati, sono stati recuperati numerosi altri documenti e frammenti letterari. La documentazione papirologica di Tebtynis è dunque tra più ricche del Fayyum: migliaia di papiri e ostraka documentano attività economiche, pratiche amministrative e aspetti della vita privata, religiosa e intellettuale delle comunità locali. Complessivamente, questi testi, redatti in diverse lingue e scritture (con prevalenza di demotico e greco), permettono di ricostruire con notevole precisione i rapporti tra le tradizioni culturali egiziane e i modelli amministrativi ellenistico-romani, nonché le pratiche scribali e la circolazione, conservazione e trasmissione della letteratura e del sapere scientifico, alle soglie del tramonto dell’Impero romano d’Occidente.
Il sito di Tebtynis (Taten o Tepten in egiziano, oggi Umm el-Breigât, “la madre delle torri” - TM Geo 2287), ubicato agli estremi meridionali dell’oasi del Fayyum, al limite tra la zona coltivata e il deserto, è uno centri rurali e religiosi meglio documentati della regione dell’Arsinoite. La frequentazione del villaggio è attestata almeno dal Medio Regno, ma il suo sviluppo più significativo si colloca in età greco-romana, quando la dinastia tolemaica portò a compimento l’opera di bonifica, irrigazione e massimizzazione del rendimento agricolo della ricca regione resa fertile dal lago Moeris.
L’area fu menzionata per la prima volta nel 1819 da Giovan Battista Belzoni, e il sito fu trovato quasi intatto nei primi scavi del 1899-1900, condotti dai papirologi di Oxford Bernard Grenfell e Arthur Hunt, finanziati dalla University of California, Berkeley e mirati alla ricerca di papiri. I sondaggi, condotti in modo irregolare nel quartiere romano al centro-sud dell’insediamento, nella necropoli dei coccodrilli e fino alle soglie del tempio, di cui misurarono le tracce del temenos, permisero il recupero di centinaia di testi greci, sia letterari sia documentari, tra cui rotoli interi, e di numerosi papiri in scritture egiziane.
Nel 1902, il sito fu poi parzialmente esplorato da Otto Rubensohn. Subito dopo la partenza degli archeologi, i fellahin locali intrapresero scavi intensi: nei primi decenni del ‘900 interi archivi e lotti di papiri finirono sul mercato antiquario.
Nel 1929, il sito fu nuovamente indagato da Evaristo Breccia per conto dell’Istituto Papirologico dell’Università degli Studi di Firenze, diretto da Girolamo Vitelli. Tra il 1930 e il 1936 Tebtynis fu interessata da una serie di campagne sistematiche e in estensione, con le più moderne tecniche di scavo e documentazione, condotte sotto l’egida dell’Istituto Papirologico e della Missione Archeologica Italiana da parte di Carlo Anti, direttore della MAI, con l’assistenza di Gilbert Bagnani. Ma anche nei primi anni ‘30 gli scavi clandestini portarono alla dispersione di centinaia di papiri in collezioni e istituzioni di tutto il mondo.
Dopo la conclusione delle campagne italiane, l’avvento della Seconda guerra mondiale determinò un lungo periodo di inattività, fino alla ripresa delle indagini nel 1988 con la missione congiunta dell’Università degli Studi di Milano e dell’Institut français d'archéologie orientale (IFAO), che tuttora opera sul sito. In oltre un secolo di scavi e ricerche è stata portata alla luce e studiata una porzione significativa dell’antico abitato, permettendo oggi di ricostruirne con buona precisione la struttura urbanistica, un risultato di particolare rilievo nell’archeologia egiziana, dove la conservazione di interi abitati è assai rara.
Il nucleo urbano di Tebtynis si organizzava attorno al grande tempio dedicato al dio Soknebtynis (“Sobek, signore di Tebtynis”), variante locale del dio coccodrillo Sobek, particolarmente venerato nel Fayyum. Situato nel settore sud-occidentale dell’abitato, il santuario costituiva l’elemento ordinatore dell’impianto urbano: da esso si sviluppava un’ampia via processionale monumentale (dromos), lungo la quale si orientavano in parte gli isolati e la viabilità interna. La posizione oggi apparentemente periferica del tempio rispetto all’abitato riflette le trasformazioni urbanistiche delle fasi più tarde.
Il tempio, fondato sotto Tolomeo I Soter, sorse probabilmente in continuità con una cappella attiva già nel Nuovo Regno, come suggerisce il rinvenimento di un blocco con il cartiglio di Ramesse II. All'inizio del I sec. a.C., le mura del peribolo del tempio di Tolomeo I furono abbattute per ingrandire la struttura: la fase scoperta da Anti è dunque quella che va dal I sec. a.C. agli inizi del III sec. d.C. Il santuario si collocava al termine di un imponente dromos processionale: lungo circa 300 m e largo 10 m, esso costituisce una delle vie monumentali più significative dell’intero Fayyum. Il percorso era scandito da due chioschi cultuali in pietra, uno romano, l’altro tolemaico, e fiancheggiato da quattro altari monumentali di età augustea e da altrettanti deipneteria, edifici destinati alle riunioni e ai banchetti rituali delle associazioni religiose, databili tra il I e il II secolo d.C. Gli accessi alle strutture erano abbelliti da statue di leoni accovacciati.

Evaristo Breccia inaugura la prima stagione di scavo a Tebtynis per conto dell’Istituto Papirologico dell’Università di Firenze, con Girolamo Vitelli, direttore dell’Istituto, come detentore della concessione. Il sito era per loro di grande interesse in quanto, nei decenni precedenti, gli scavi avevano restituito centinaia di papiri greci. Breccia scava nella zona sud-ovest del sito, rinvenendo aree residenziali di epoca romana, e arrivando a lambire l’ancora non scoperto dromos processionale del tempio di Soknebtynis. I risultati sono però deludenti dal punto di vista papirologico: il sito necessita di mezzi per grandi scavi in estensione. Così scrive Breccia a Medea Norsa in una lettera del 23 gennaio 1929:
“Purtroppo il mio pessimismo è inferiore alla realtà. Se ne renderà conto sul posto. (…) Per scavare con metodo i 120 uomini che ora abbiamo non sono sufficienti a esaurire il compito in parecchi anni (…) Quindi comprende la mia impazienza di saperla sanissima e pronta a passare qualche giorno nell'infame inferno dei coccodrilli.”
Arrivata in Egitto, Norsa incontra Carlo Anti, nuovo direttore della Missione Archeologica Italiana: «Ho veduto il prof. Anti che conta di partire giovedì per Tebtunis; mi disse che vorrebbe parlare anche al Sen. Vitelli per vedere di coordinare gli scavi nostri con quelli della Missione Archeologica etc.»
Il 31 gennaio, Anti visita Breccia sul sito:
«Ebbi modo (…) di convincermi – in pieno accordo con il Breccia stesso – come il kôm di Tebtunis fosse uno dei rarissimi nel Faium nel quale era ancora possibile condurre ricerche archeologiche con speranza di qualche successo».
Stagione di scavo: 15 febbraio – 10 maggio 1930
L’idea di coordinare le due missioni, unendo forze e fondi, si concretizza nel 1930: Anti, archeologo di formazione classica, era interessato a comprendere la storia delle cittadine egiziane di epoca greco-romana, campo di studi allora in espansione. Scrive dunque a Vitelli:
“Illustre Senatore (…) scaverei molto volentieri per una quarantina di giorni a Tebtynis con l’intenzione se del caso, di sviluppare adeguatamente lo scavo nei prossimi anni. Le pare che la cosa sia possibile? Di fronte al Governo egiziano lo scavo sarebbe fatto per conto della Soc. dei papiri, concessionaria, la quale ne affiderebbe l’esecuzione a me (...) Di fronte al Ministero nostro lo scavo sarebbe invece della Miss. Archeologica, ma tutti i papiri scoperti sarebbero riservati a Lei.”
Vitelli, con il pieno favore di Breccia, si accorda dunque con Anti: la concessione rimane all’Istituto, ma Anti diviene il nuovo direttore di scavo.
Inizia la nuova campagna di scavo condotta da Anti con ampi mezzi e con rigorosi criteri topografici, grazie all’ausilio dell’architetto Fausto Franco, volta a indagare il resto del quartiere sondato da Breccia; viene aperto anche un nuovo sondaggio sul lato est, ancora una volta inconsapevolmente assai vicino alla via processionale del tempio. Come ricorda Anti nel resoconto annuale della campagna, “per reazione alle ricerche precedenti e per affermazione metodica, venne assunto quasi a divisa dello scavo lo scherzoso paradosso:
‘ Non si cercano papiri, si cercano problemi.’"
I ritrovamenti non sono moltissimi: all’Istituto arrivano alcune piccole scatole di frammenti (alcuni dei quali pubblicati poi nel X volume dei PSI) e una decina di ostraka.
La stagione di scavo si conclude il 10 maggio 1930 e nell’estate 1930 i fellahin locali continuano a scavare nelle trincee ormai aperte dagli italiani, arrivando probabilmente a scoprire alcuni ambienti del tempio. Tra il 1930 e i primi mesi del 1931, infatti, numerosissimi papiri sono immessi sul mercato antiquario. Tra il 1931 e il 1933, in particolare, la collezione Carlsberg di Copenhagen acquista un grande lotto di papiri dalla zona del tempio, con due successive acquisizioni più piccole nel 1935 e 1938.
Stagione di scavo: 9 gennaio – 4 aprile 1931
Ancora nel quadro dell’accordo tra l’Istituto Papirologico, detentore della concessione di scavo, e la Missione Archeologica Italiana, Anti inizia una nuova campagna a Tebtynis, assistito dall’architetto Franco e dall’archeologo Gilbert Bagnani.
Così Bagnani descrive l’inizio delle operazioni:
“We found that the sebakhin had destroyed practically everything that had been found the season before and Anti was rather annoyed.”
Procedendo verso sud, Anti e Bagnani incontrano un dromos processionale, con tre chioschi laterali in pietra, e, infine, il recinto monumentale del tempio di Soknebtynis. Dal 24 febbraio, lo scavo progredisce in senso antiorario dall’ingresso settentrionale del tempio, esplorando gli edifici lungo il lato interno del temenos. La progressione dello scavo e il ritrovamento dei papiri sono documentabili, oltre che dal diario di scavo di Anti, da una serie di buste e scatole dove sono accuratamente annotati da Anti i findspot dei ritrovamenti giorno per giorno.
Lettera di Anti a Vitelli: “Sono ancora in pieno lavoro, sebbene la campagna duri già da più di 50 giorni. Lavorerò fino al 20 marzo, termine estremo permesso dai fondi di cui dispongo, mentre per esplorare tutta la parte più promettente, bisognerebbe arrivare al 3 aprile. Ora sono nell’interno di quello che dovrebbe essere il grande tempio di Souchos, chiuso da un enorme muraglione di cinta e ricco di complicati edifici accessori [...] Ho raccolto ancora ostraca e un gruppetto di papiri, che mi sembrano di ottima epoca, ma purtroppo alquanto malandati."
"La Società dei papiri potrebbe contribuire alla campagna con L. 20.000? Ciò mi permetterebbe di scavare le due settimane in più che riterrei soprattutto per i papiri assolutamente necessarie. Infatti stanno venendo fuori gli alloggi dei preti e se non si trovano papiri qui non so proprio dove si dovrebbero cercare.”
È il giorno della grande scoperta, di cui abbiamo diversi resoconti, quasi ‘in tempo reale’. Nel suo diario, Anti annota: “10 Marzo. Si esplorano gli ambienti 18-19. Le cantine f e g di 16 si trovano intatte e zeppe di papiri. Frammenti quasi del tutto senza aficia (=afsh, terriccio ricco di resti organici, molto ricercato dai coltivatori locali e in cui il papiro si conserva più facilmente, a differenza di strati troppo sabbiosi), g invece abbastanza ricca di sabbia. Frammenti di mobile a geroglifici smaltati.”

Ma sono le lettere scritte il giorno dopo a raccontare la concitazione, e, sin da subito, la comprensione della natura, della grandezza e dell’importanza della scoperta:
“GROSSA SCOPERTA PAPIRI
sarebbe necessario aiuto Norsa
prego riscontro telegrafico anche mia lettera
Anti”
“Appunto là dove ritenevo si trovassero le case dei sacerdoti di Souchos ho trovato ieri due piccole cantine intatte. Ho raccolto 15 cuffe di papiri. C’è un po’ di tutto: geroglifico, ieratico, demotico e greco. Una biblioteca. (…) Il pezzo maggiore è un volumen ieratico, quasi intatto, che deve essere lungo più di due metri. (…) Ho tre valigie da 0.65 x 0.40 x 0.16 e una ventina di scatole di latta, piene colme.”
“We had been working on some houses on the east wall of the temenos of the Temple (...) we knew from our workmen and also from the Cairo dealers that some natives had dug there last year and had found a very large quantity of papyri. So we hadn't much hope (…) We got down to two small cellars side by side (...) the cellar had been filled practically to the top with papyri. (…) We got about 18 large baskets full of papyri. The quantity is so enormous that we have made no attempt at sorting them (...)"
"They seem to be written in every language under the sun: hieroglyphic, hieratic, demotic Greek (...)
there are a number of Greek literary texts, and a number of the demotic ones have Greek on the back. (…) It was wonderful, our return in the darkness with the lamps and the baskets of papyri!”
“… we have made one of the biggest finds of papyri in recent years. (...) papyri, of every sort and condition and in all languages, including Arabic! It is about half a cubic metre of papyri (...) on Tuesday the Signorina Norsa is arriving from Florence, to begin to unfold them and dress them!”
“… un giorno come quello in cui (…) aperto il vano, se ne cavarono frammenti di papiri per quasi otto ore, riempiendone tutte le scatole che si avevano sotto mano e colme queste i nostri cappelli e finalmente ceste su ceste, credo non tornerà più nella mia vita ed è bello poter raccontare di averlo vissuto una volta. Alle otto di sera (…) il recupero dei papiri era finito e con gli operai più fedeli carichi di ceste colme ritornavamo alle tende al lume delle lanterne. I ragazzi dello scavo (...) anche se stanchi da quattordici ore faticate sotto il sole fra la sabbia (…), intonarono con le voci argentine uno dei loro canti...”
Dopo aver risposto al telegramma di Anti del giorno della scoperta, congratulandosi e inviando Medea Norsa per aiutare nella gestione dei papiri, Vitelli risponde più articolatamente qualche giorno dopo:
“ ‘Fortuna’ vuol dire ‘scienza’, ‘esperienza’, ‘dottrina’, ‘costanza e perseveranza’ etc. etc. Mi rallegro, dunque, di tutto cuore con Lei, e la ringrazio in nome di quanti in tutto il mondo civile hanno interesse per i papiri, e non per i papiri soltanto. (…) Non mi rallegro per me, che ormai non sono buono quasi a nulla - ma, vivaddio, in Italia vi saranno pure giovani forze che sapranno fare quello che non so io.”
Gli operai vengono forse divisi in due squadre che operano contemporaneamente, giacché mancava meno di un mese alla fine dello scavo.
Norsa arriva al Cairo, dove, in una cassetta di sicurezza in banca, erano state depositate da Anti 3 valigie con i frammenti recuperati dalle due cantine (in seguito ne troverà una quarta per il materiale che era stato inserito in scatole). Visionato il contenuto della prima valigia, però, Norsa non nasconde ad Anti la delusione per lo scarso contenuto di testi greci e scrive nella lettera:
“Le voci che corrono sono di una scoperta straordinaria, eccezionale, grandiosa. Ora, la valigia (…) conteneva il bellissimo rotolo ieratico, cosa veramente di grande valore, ma di tutto il resto c’erano pochi documenti dell’età romana, tra molta insalata inutile. Se la proporzione nelle altre tre valigie è la stessa, io temo che quella cinquantina o sessantina di documenti pubblicabili (cosa molto notevole e molto bene accetta per me e per il prof. Vitelli) rappresenti una delusione per coloro che parlano di ritrovamenti favolosi.”
Norsa arriva a Tebtynis e dà un primo ragguaglio sul contenuto dei testi greci nelle valigie, che Bagnani riporta:
“She says that of course the Egyptian documents are by far the most numerous and most important. She has been able to put together a miniature out of a number of fragments and by her description of it it sounds rather unusual. One of the Greek documents is part of a medical treatise and another is a calendar with astrological observations. Evidently the priests did a certain amount of doctoring as well, and we have found quite a number of pill boxes, one with the pills still inside.”
Vitelli, su richiesta di Anti, prepara la documentazione per cedere all’archeologo la concessione di scavo di Tebtynis (che dal 1932 sarà dunque della Missione archeologica italiana, con un finanziamento da parte dell’Istituto, e l’accordo che i papiri siano destinati sempre a Firenze), e aggiunge:
“Da un punto di vista puramente egoistico di papirologo greco-latino dovrei dolermi che i suoi felici ritrovamenti non ci abbiano dato quanto speravamo appunto in papiri greci e latini. Ma io mi rallegro di cuore che possano rallegrarsi quanti hanno interesse in genere per l’antichità. (…) Non vuol dire che lì per lì a Firenze non c’è chi sappia di demotico, di ieratico etc. Provvederemo e provvederemo bene.”
L’egittologo Jaroslav Černý, incontrato Anti in Egitto, apprende della grande scoperta della ‘biblioteca’ di Tebtynis, e gli raccomanda, per la spartizione del lavoro tra gli egittologi italiani, di non dimenticare Giuseppe Botti, che aveva grande esperienza nel lavoro sui papiri ieratici frammentari del Museo Egizio di Torino.
Stagione di scavo: 14 Febbraio – 23 Aprile 1932
Si procede con la campagna di scavo, di cui ora è Anti a detenere la concessione. Gran parte della campagna è occupata dalle autorizzazioni e dai lavori necessari per edificare a Tebtynis una casa per la Missione, e dalla rimozione della sabbia dal settore centrale del tempio. Dal 28 ottobre, Anti è nominato Rettore dell’Università di Padova; gli impegni non gli permettono di pubblicare i risultati della campagna, e non gli daranno più modo di dirigere attivamente lo scavo.
“when he saw all the mass of demotic, he said to Anti: who on Earth is going to read all this stuff? There are only three people who know it and one of them is dead and the other two are dying!”
Stagione di scavo: 1 febbraio – 25 aprile 1933
Campagna guidata da Bagnani. Non ci sono in Istituto tracce di ritrovamenti di questa campagna.
“Per il lavoro delicatissimo, quale è quello sui papiri ci vuole una mano leggerissima, quasi di fata. (...) Lo stato dei papiri è miserando; ciò non ostante, con un sapiente lavoro di restauro c’è da ricavare un vero tesoro, specialmente per il demotico. (…) io proporrei di interpellare la sig.na Caudana di Torino.”
31 agosto: Botti comunica alla Soprintendenza di aver ricavato e messo sotto vetro circa 200 frammenti dalle valigie; i finanziamenti per un restauratore, tuttavia, non arriveranno fino all’anno successivo, e Botti nel frattempo continuerà a recarsi a Praga per approfondire gli studi.
Stagione di scavo: 3 febbraio – 18 aprile 1934
Direttore della campagna per le prime 4 settimane è de facto Bagnani.
“Né pure sarebbe da desiderarsi (come posso arguire da una lettera scrittami da Copenhagen, dal Prof. Lange, il quale, come Lei ben sa, ha pure acquistato un buon numero di materiale papiraceo, proveniente dalla stessa località di Tebtynis) che fossimo preceduti nell’illustrazione (…). Passeremmo proprio alla coda, e in casa nostra.”
Stagione di scavo: 6 dicembre 1934 -19 aprile 1935
30 settembre 1935: Černý si congratula con Botti per aver terminato il restauro dei papiri della prima valigia, e lo incoraggia per la seconda.
Stagione di scavo: 8 aprile - 8 maggio 1936
Direttore de facto Bagnani. Si scava a nordest del santuario e si eseguono nuove fotografie aeree. Dopo questa campagna, Bagnani non tornerà più in Egitto, e gli scavi ufficiali a Tebtynis si fermeranno, probabilmente anche per la perdita di interesse da parte delle autorità italiane.
16 novembre 1936: “Con la visita ufficiale dei Soci della Colombaria si è chiuso, ieri, al pubblico, il nuovo salone delle sculture, per la stagione invernale, e quindi ho riportati in camera mia anche tutti i papiri che avevamo esposti e che furono molto ammirati. Mi spiace non abbia potuto vederli far bella mostra di sé, tuttavia potrà sempre rendersi conto del lavoro compiuto, anche vedendoli in camera mia, quando potrà procurarci il piacere di una sua ben gradita visita.” Da allora, Botti terrà la maggior parte dei papiri a casa propria per studio, fino alla sua morte nel 1968, quando saranno restituiti all’Istituto Papirologico Vitelli.
Volten viene per la prima volta a Firenze; i due continueranno a farsi visita una o più volte all’anno vicendevolmente per proseguire il lavoro sui frammenti della collezione fiorentina e di quella Carlsberg di Copenhagen, realizzando l’augurio espresso da Černý in una lettera a Botti del 1939:
“…your experience and dedication you will certainly succeed in finding joins and reducing the lamentable number of fragments, and thus mitigate, as much as possible, the unfortunate fate of this splendid work shared between two cities and two countries so far apart.”
A causa della Seconda guerra mondiale, tuttavia, la collaborazione si interrompe fino al 1948, ma da allora proseguirà per 25 anni di lavoro indefesso fino alla morte di Volten nel 1963. Riusciranno, sfortunatamente, a pubblicare assai poco delle ricostruzioni a cui dedicarono 25 anni di lavoro, ma è sul loro riconoscimento preliminare dei testi e le loro ricostruzioni che si basa tutto il lavoro “moderno” sui testi egiziani dalla biblioteca di Tebtynis, ripreso a Copenhagen e poi a Firenze a partire dalla fine degli anni ’80.

Ultimo aggiornamento
27.03.2026