P.Carlsb. INV. 53 + PSI inv. I 106
Scheda Tecnica
Inventario: P.Carlsb. inv. 53 + PSI inv. I 106 (TM 29511)
Datazione: Assegnabile paleograficamente al II secolo d.C.
Luogo di conservazione: Istituto Papirologico “G. Vitelli”, Università di Firenze; Carlsberg Collection, Università di Copenhagen.
Contenuto: Sul recto del rotolo si conserva un registro fiscale relativo alla professione di tintori e follatori. Il nome di ogni contribuente, sormontato da una linea orizzontale, è seguito dall’indicazione del patronimico e dal mestiere svolto nell’ambito della produzione tessile. Anche altri professionisti dello stesso settore sembrano essere stati coinvolti, almeno limitatamente alla valutazione dell’apprendistato, come è suggerito dalla menzione di Orsenouphis figlio di Heron, presidente dell’associazione dei tessitori.
In seguito, il rotolo fu reimpiegato per vergare sul verso un “libro illustrato” di materia sacra, di cui si conservano raffigurazioni di divinità egiziane.
La scrittura del testo greco è una corsiva d’ufficio assegnabile al II secolo d.C., caratterizzata dall’uso di abbreviazioni e simboli frequenti del periodo romano. L’impaginazione si rivela coerente con la struttura standard di registri analoghi, in cui pericopi testuali risultano isolate visivamente e spazi in eisthesis e in ekthesis si alternano probabilmente in modo funzionale alla consultazione.
Le origini del fenomeno associativo sono antichissime. Indipendentemente dal tempo e dallo spazio, moltissime persone, spesso accomunate dalla stessa professione, scelsero più o meno volontariamente di costituirsi in gruppi e autoregolamentarsi con statuti e decreti. In questo, avevano un ruolo decisivo soprattutto il senso di appartenenza a una stessa comunità e la condivisione di un’ampia sfera di valori, che riguardava l’ambito sociale, economico e religioso. Di conseguenza, le associazioni sono comunemente considerate delle istituzioni complesse, organizzate in modo da garantire una rete di contatti tendenzialmente solida e articolata.
Non sembra possibile nella maggior parte dei casi tracciare un confine netto tra le associazioni religiose, che avevano solitamente il loro nucleo nella comunità del tempio, e di mestiere.
La molteplicità delle declinazioni del fenomeno associativo trova espressione non solo nell’abbondante documentazione delle attività, ma anche nella varietà di termini che designano l’associazione vera e propria (synodos, thiasos, koinon, plethos), il cui significato esatto risulta spesso sfuggente in assenza di dati precisi.
Tra le caratteristiche comuni si riconoscono la creazione di un fondo comune alimentato dalle quote associative, l’abitudine di riunirsi periodicamente, la partecipazione a banchetti, celebrazioni e funerali dei soci, e la scelta di sostenersi economicamente a vicenda se necessario. In particolare, l’organizzazione interna - spesso paragonata a quella delle magistrature - prevedeva un presidente e varie figure con responsabilità amministrative (prostates, epimeletes, synagogos, hegoumenos).
Il grapheion di Tebtunis ha restituito per il I secolo d.C. alcuni dei documenti più significativi per ricostruire non solo il funzionamento interno delle associazioni, ma anche il rapporto con il contesto locale, in particolare con il tempio e il governo centrale (si veda ad esempio il regolamento dei mercanti di sale, P.Mich. V 245).
Le associazioni di tessitori, follatori e tintori figurano tra i depositari di documenti nell’ufficio di registrazione locale: i tessitori si definiscono come un gruppo presumibilmente ampio (plethos gerdion), e sono rappresentati da un presidente (hegoumenos gerdion); follatori e tintori registrano le richieste per ottenere la concessione da parte del governo per svolgere una determinata attività professionale (anaphoria) (vd. P.Mich. II 123 col.VI 17, 16).
L’adesione al gruppo comportava spesso il vantaggio di pagare collettivamente le tasse imposte sulla professione e la tutela dei diritti e dei privilegi connessi con il mestiere, come l’esenzione dalle liturgie, cioè dal sistema attraverso il quale lo stato obbligava l'élite locale ad assumere cariche pubbliche in virtù della propria posizione socio-economica.
I tessitori di bisso, ad esempio, lavoravano in stretta connessione con il tempio di Tebtunis, probabilmente proprio per l’utilizzo delle preziosissime vesti che producevano. Non è forse un caso, quindi, che i sacerdoti di Tebtunis si appellarono per rivendicare il loro diritto di paraphylake (guardia) in PSI IX 1149.
Nel II secolo, un caso che vede coinvolti insieme follatori e tintori è testimoniato da P.Tebt. II 287 (161-169 d.C.), un resoconto di un processo intentato dai due gruppi in risposta all’esazione indebita di una somma di denaro maggiore rispetto a quella prevista per la tassa sul mestiere.

P.Tebt. II 287, resoconto di un processo, dettaglio r. 2 (161-169, Tebtunis). © Center for the Tebtunis papyri, University of California, Berkeley
Follatori, tintori e tessitori sono tra i professionisti più noti nell’ambito della produzione tessile, ognuno con la propria area di competenza e specializzazione. La complessità delle operazioni e la varietà di materiali impiegati ha determinato, al contempo, una terminologia vasta, che in molti casi pone ancora problemi di interpretazione.
Dopo essere entrati in possesso della materia prima (lana, lino ecc..) si procedeva con trattamenti preliminari che la rendessero pronta alla lavorazione. I follatori si occupavano di lavare i tessuti calpestandoli in acqua con sostanze alcaline, come il carbonato di calcio, poi di sbatterli, sciacquarli e asciugarli. Successivamente si procedeva con la spazzolatura e la tosatura per uniformare la superficie. Talvolta i tessuti venivano esposti ai vapori di zolfo per schiarirli o attenuare i colori, venivano trattati con terre speciali per fissare le tinte e, infine, venivano compressi con una pressa.
Il laboratorio del tintore di Athribis in W.M.F. Petrie, Athribis, British School of Archaeology in Egypt and Egyptian Research Account, London 1908, p. 11.
A volte i tessuti venivano tinti una volta terminati, in altri casi, invece, i tintori (gnapheis) intervenivano subito dopo la filatura. Tra le fonti classiche che descrivono la loro attività, una sequenza di procedure è riportata da Ippocrate: perché la lana fosse pronta alla lavorazione, era fondamentale bagnare i filati aggiungendo sostanze sbiancanti e detergenti. Le fibre venivano poi battute, tese e compresse per renderle più compatte. Si raschiavano poi le impurità e si torcevano i fili. I tintori si occupavano di varie operazioni come, ad esempio, il lavaggio e la pulitura della lana grezza per ottenere il panno da confezionare, oppure si dedicavano al processo di tintura vero e proprio. Come descritto da Plinio (Naturalis Historia, XXXV 150), l’Egitto era noto per la tecnica a mordente: una tecnica speciale usata per la colorazione delle stoffe, in cui la lana e la seta venivano trattate con sali metallici che permettevano di legare i coloranti alla fibra creando dei composti insolubili chiamati lacche.

Stampo per tessuti in argilla rossastra, Museo Egizio di Torino, inv. MNR 121180 (magazzino Tebtynis, Scavi 1931, cassa 19).
Nella biblioteca di Tebtynis sono stati rinvenuti numerosi ‘libri’ illustrati, come probabilmente era anche quello qui in esame, scritto riutilizzando il verso di un rotolo già utilizzato sul recto. Sui pochi frammenti superstiti si distinguono esigue tracce di testo, e sopra di esso una serie di illustrazioni in inchiostro nero e rosso, che rappresentano una teoria di divinità assise e stanti. La più chiara è la figura del dio Khnum in trono, con uno scettro in mano, che porta sul capo un disco solare rosso affiancato da due cobra. Un altro frammento, nella collezione di Copenhagen, conserva parte di una divinità maschile coronata da una piuma, probabilmente il dio Shu, rappresentato in piedi in proporzioni minori. La mano dell’artista non è felice, e la qualità delle raffigurazioni non sembra all’altezza degli altri rotoli illustrati della biblioteca, ma le figure spiccano per la particolare resa della “texture” delle vesti e delle capigliature a puntinato e a piccole scaglie o piume in rosso e in nero: questa caratteristica, unitamente alla mano riconoscibile sul recto, hanno recentemente permesso di attribuire nuovi piccoli frammenti al rotolo, che sono al momento in corso di studio.
Il più famoso esempio di rotolo illustrato dalla biblioteca di Tebtynis è PSI XIV 1452, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze (MAF cat. 11920), che rappresenta un frammento di un rituale, probabilmente l’Apertura della Bocca, compiuto da un sacerdote all’entrata e all’uscita da un sacello, con la presentazione di ricche offerte in incenso, bouquet floreali, pani e uccelli. Anche in questo caso il testo, in ieratico, era posto nel registro inferiore, ma ne rimane una porzione troppo esigua per poterne offrire un’interpretazione.

PSI XIV 1452: frammento di rotolo illustrato dal ‘deposito’ della biblioteca del Tempio di Soknebtynis, con il Rituale dell’apertura della bocca
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Ultimo aggiornamento
23.03.2026