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Un documento in ieratico con la titolatura di Traiano

PSI inv. I 6

Scheda Tecnica

Inventario: PSI inv. I 6

Datazione: 102-117 d.C.

Luogo di conservazione: Firenze, Istituto Papirologico “G. Vitelli”

Visualizza il recto 

 

Contenuto: Il papiro è ricostruito da tre frammenti, scritti sul recto transversa charta; sul verso di uno dei tre frammenti, si scorgono tracce evanide di un documento in demotico. Sul recto, i resti di quattro righe di testo in ieratico con la titolatura egiziana dell’imperatore Traiano:

“… Nun (?) il grande, il padre degli dei…

… Ra che brilla sull’orizzonte…

… La Grande Residenza, la prima del suo amore, colui che conquista per sé le Due Terre, il Romano (?) …

… Germanico Dacico, che vive eternamente, amato …

La seconda riga riporta le tracce di un cartiglio, seguito dai due cartigli completi con i titoli trionfali di Germanico e Dacico: essi identificano inequivocabilmente l’imperatore in questione come Traiano, sebbene il suo nome proprio dovesse trovarsi nel cartiglio non conservato. La tipologia di documento a cui i frammenti dovevano appartenere non è precisabile, e le tracce in demotico sul verso di uno dei frammenti risultano illeggibili. Tuttavia, questo papiro è uno dei pochi documenti databili tra il materiale egiziano della biblioteca del tempio di Sobek: esso deve infatti risalire agli anni tra il 102, alla conclusione della prima campagna di Traiano contro la Dacia, quando egli acquisì l’appellativo “Dacico”, e il 117, data di morte dell’imperatore, e costituisce dunque un prezioso punto d’ancoraggio per la datazione del ‘deposito’.

La titolatura reale egiziana

 

In seguito ad una standardizzazione avvenuta durante l’Antico Regno, la titolatura reale egiziana era composta dai 5 “grandi nomi”, assunti dal faraone al momento della sua ascesa al trono:

  1. il nome di Horo: rappresentazione del faraone come incarnazione terrestre del dio falco Horo, legittimo successore del padre Osiri, primo sovrano dell’Egitto, secondo il mito;
  2. il nome delle Due Signore: rappresenta il sovrano come signore delle Due Terre, l’Alto e il Basso Egitto, con la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Wadjet, rispettivamente patrone dell’Egitto meridionale e settentrionale;
  3. il nome del Falco d’oro: di significato non del tutto chiaro, a partire dall’età macedone rappresenta Horo vittorioso su Seth, fratello e assassino del padre Osiri;
  4. il nome di Nesut-Bity, ossia re dell’Alto e Basso Egitto, detto anche in egittologia praenomen;
  5. il nome di Figlio di Ra, il nome personale del sovrano, detto anche nomen

Gli ultimi due nomi sono chiusi all’interno del cartiglio, il segno protettivo ovale riservato al nome del sovrano e della regina. La combinazione tra i nomi, in particolare gli ultimi due, identifica il re: Usermaatra-Setepenra Ramesse, ad esempio, per Ramesse II, e Usermaatra-Meriamon Ramesse per Ramesse III.

I “cinque nomi” contenevano spesso elementi programmatici della politica e del rapporto con le divinità di ogni sovrano. Alessandro Magno, al suo ingresso trionfale in Egitto, fu riconosciuto come faraone e dotato di una titolatura completa, elaborata per lui dalla classe sacerdotale; lo stesso avvenne successivamente per i sovrani della dinastia tolemaica. Dopo l’annessione dell’Egitto all’Impero romano, ogni imperatore, in quanto faraone, ricevette analogamente una titolatura composta dal clero menfita; tuttavia, la sua struttura fu spesso semplificata: scomparvero, in molti casi, i nomi delle Due Signore e del Falco d’oro, per dare invece spazio ad un lungo nome di Horo composto di formule standard, in parte riprese dalla tradizione faraonica, in parte di nuovo conio, quali “egli è entrato in Egitto con la soddisfazione del popolo e la gioia degli dei e delle dee” e  “(quello della) grande residenza, la capitale, Roma, che egli ama”, di cui il papiro qui in oggetto presenta una variante. Il praenomen e il nomen si riducevano invece ad una trascrizione fonetica dei nomi e dei titoli degli imperatori. Talvolta, tuttavia, sui monumenti e sui papiri, il cartiglio contiene una sola parola: “per-aa”, ovvero “faraone”.

Molte formulazioni dell’onomastica imperiale riprendono gli appellativi di celebri sovrani dell’età faraonica e tolemaica, in un’operazione colta e strategica in cui l’elite sacerdotale egiziana rielabora e rinegozia il proprio passato per integrarlo nel nuovo quadro politico.

 

L’imperatore Ottaviano Augusto rappresentato mentre rende omaggio alle divinità sulle pareti del tempio di Dendur, edificato in bassa Nubia nel 15 d.C.; nella prima immagine, nei cartigli vi sono le trascrizioni dei titoli “Autokrator” e “Kaisar” (accompagnato dall’augurio “che egli viva eternamente”), nella seconda solo il termine “faraone”.

MET Museum, cat. 68.154. Public domain

La titolatura imperiale nei papiri greci

 

Nei papiri, le titolature imperiali sono utilizzate essenzialmente in due casi, vale a dire nelle datazioni dei documenti ufficiali, o nelle datazioni di azioni descritte all’interno di documenti ufficiali. Mentre nelle iscrizioni e sulle monete esse si compongono di elementi repubblicani e imperiali, nei papiri gli elementi repubblicani sono generalmente assenti; fanno eccezione i documenti indirizzati direttamente dall’imperatore, come gli editti, corredati invece della titolatura completa. A ben vedere, le titolature imperiali in greco costituiscono una traduzione fedelissima di quelle ufficiali latine. Pertanto, esse si compongono di cinque elementi: 

  1. lat. Imperator Caesar Augustus, gr. Αὐτοκράτορος Καίσαρος Σεβαστοῦ; 
  2. praenomen e/o nomen gentile e/o cognomen; 
  3. epiteti onorifici, e.g. lat. Pius / gr. Εὐσεβοῦς; 
  4. titoli celebrativi di vittorie militari, e.g. lat. Parthicus / gr. Παρθικός; 
  5. elenco dei predecessori, al fine di giustificare la natura ereditaria del titolo. 

Dalla dinastia dei Severi i titoli imperiali divengono più elaborati e si passa da titoli valevoli esclusivamente ad personam a titoli generalizzati, indistintamente riferibili a tutti gli imperatori; chiaro esempio è Imperator Caesar Augustus, che Ottaviano aveva creato per sé e in seguito venne adottato uniformemente dagli imperatori come designazione di auctoritas politica. 

PSI X 1134, un contratto di subaffitto di terreno pubblico, dal “deposito” della Biblioteca del Tempio di Tebtynis. Nella datazione iniziale, la titolatura imperiale di Domiziano: ll. 1-2 ἔτους ἑνδεκάτου Αὐτοκράτορος Καίσαρος Δομιτιανοῦ | Σεβαστοῦ Γερμανικοῦ

Ma quale era il valore sotteso alle titolature imperiali? Quando un imperatore veniva proclamato, la sua titolatura gli era attribuita direttamente dal Senato: questo significa, in altre parole, che l’acquisizione della titolatura ne legittimava il potere. Sebbene in Egitto le titolature imperiali, recepite direttamente da comunicazioni da Roma, costituissero ormai un elemento formulare convenzionale, esse mantennero, in alcuni casi, una valenza politica. Basti pensare al 238 d.C., anno di rivolte e turbolenze politiche, che vide l’alternanza di ben sei imperatori; in quell’occasione, gli amministratori della provincia d’Egitto si mostrarono fedeli a Roma, riconoscendo tutti gli imperatori il cui potere era stato sancito dal Senato: lo dimostrano, indirettamente, e ancora una volta, le titolature imperiali utilizzate nei papiri.

Denarius d’argento di Marco Aurelio, con la titolatura M ANTONINUS AUG ARMENIACUS American Numismatic Society, cat. 1911.23.300 Copyright CC-BY-SA 3.0.

Bibliografia

 

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Ultimo aggiornamento

23.03.2026

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