Alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, il piano di sviluppo urbanistico di Medinet El-Fayum prevedeva la costruzione di edifici universitari e residenziali nella zona nord della città, che avrebbero coperto tutta l’area archeologica (già ampiamente compromessa e perturbata). L’Istituto Papirologico "G. Vitelli" di Firenze, allora diretto da Vittorio Bartoletti, decise di effettuare uno scavo di emergenza, prima che il sito fosse occupato dai nuovi edifici divenendo definitivamente inaccessibile. La campagna si svolse dal 5 dicembre 1964 al 24 febbraio 1965, sotto la direzione di Sergio Bosticco, coadiuvato da Manfredo Manfredi, Edda Bresciani, Claudio Barocas e dall’architetto Francesco Forte, in una zona di 12.500 m2 a sud del temenos di un tempio in onore di Sobek, corrispondente in gran parte al Kôm el-Arabi e che aveva al centro resti di colonne fascicolate in granito rosso di Amenemhet III.
Affiorarono resti di edifici termali, di condutture idriche, di pozzi e di una cisterna, databili all’età romana. Di un altro edificio, nel Kôm el-Taiara, sussisteva ancora un tratto di muratura in blocchi di arenaria, con un’iscrizione, attestante sovrani tolemaici, in cui si nominava un teatro. Lo scavo procedette in quattro settori. Nel settore centrale molti spezzoni di colonne presentavano indizi di una riutilizzazione a sostegno di un acquedotto romano che attraversava la città da nord a sud, di cui sussistevano resti di tubature cilindriche in terracotta. Sulle colonne furono letti nomi di sovrani dalla XII alla XX dinastia, ma non fu trovata traccia di alcun tempio. Tuttavia, poco più a est, fu messo in luce un basamento quadrato di 2,20 m di lato, costruito con blocchi di calcare. Nei settori sud-est e sud, dopo la rimozione di una grande quantità di frammenti di ceramica, che formavano uno strato spesso fino a 2 m, fu portato alla luce un complesso architettonico in mattoni crudi di età tolemaica – come testimoniano le monete e le ceramiche qui rinvenute – che poggiava su fondamenta costituite, in parte, da anfore adagiate orizzontalmente.
In età romana questi ambienti, adiacenti a canalizzazioni collegate all’acquedotto principale, furono parzialmente riutilizzati, come dimostra una pavimentazione in calcestruzzo giacente allo stesso livello delle strutture termali della città. Connessi con i canali erano la cisterna ellittica a sud e i pozzi.
Nel settore nord-ovest furono scoperti sette vani, delimitati da muri in mattoni crudi alti 1,50 m. In uno degli ambienti affiorò un pavimento in terra battuta. In altri due, a circa 50 cm sotto le fondamenta, furono identificate costruzioni più antiche, in mattoni crudi più grandi di quelli del livello superiore.
Come risulta dal rapporto di scavo, pochi furono i reperti in situ, come il vasellame dei pozzi e della cisterna, nonché alcuni oggetti in pietra inseriti nei muri. Provengono invece dai cumuli di detriti le lucerne, le statuette e le anse d’anfora con bolli.
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Settore A: settore meridionale, caratterizzato dalla presenza di strutture idriche, quali canalette in mattoni cotti, sovrapposte su due livelli. Le canalette s’immettono, inoltre, nella cisterna ellittica, scavata per una profondità di m 2,70 ca. Una grande opera di canalizzazione in tubature cilindriche di terracotta che corre con andamento nord-sud delimita il lato occidentale del settore e attraversa l’intero settore centrale C. Si ipotizza che tali resti del settore A possano aver fatto parte di strutture termali di epoca romana.
Settore B: settore centro-orientale, caratterizzato dalla presenza di 12 vani in mattoni crudi il cui alzato era conservato mediamente per circa m 1,50. In tali ambienti furono rinvenute anfore conficcate nel terreno datate alla prima età tolemaica, così come numerosa ceramica da cucina (anche riutilizzata per la costruzione degli apparecchi murari). Per questi ambienti, Sergio Bosticco ha proposto un’identificazione come scantinati.
A nord di questi vani, furono rinvenuti un pavimento acciottolato, probabilmente appartenente a un ambiente termale, e un pozzo cilindrico in pietra, al cui interno è stata rinvenuta l’anfora vinaria integra in mostra [nr. 2]. Fra il pozzo e gli ambienti domestici, in direzione est-ovest, corre un’altra conduttura composta da elementi in terracotta.
Settore C: settore centrale della concessione di scavo, caratterizzato dalla presenza dei frammenti di granito di colonne del portico di Amenemhat III. L’area è stata indagata e non sono state rinvenute fondazioni di alcun tempio; da qui l’ipotesi che i frammenti fossero stati accumulati in questa zona in epoca romana per essere riutilizzati come materiale da costruzione. A circa m 2 a sud-est dei frammenti di colonne si trova un plinto rettangolare di m 2,55 x 2,20, di ignota funzione.
Settore D: settore settentrionale dello scavo, caratterizzato da una successione di 7 ambienti con muri in mattoni crudi ad andamento nord-sud, di difficile lettura. Anche in questo caso, gli alzati si sono conservati per circa m 1,50. In questo settore, all’esterno del muro est dell’ambiente 22, fu rinvenuto il grande mortaio in pietra in mostra [nr. 11].
Ultimo aggiornamento
08.04.2026