
Il cuore, in egiziano antico ꞽb e ḥꜣty (ib, haty), era percepito come l’organo custode dell’intelligenza, dei sentimenti e della memoria. Come tale, era generalmente lasciato all’interno del corpo durante la mummificazione, e, se non era ‘appesantito’ da colpe, crimini e menzogne, ma leggero come la piuma di Maat, dea e concetto di giustizia e ordine cosmico, esso avrebbe garantito al defunto l’accesso al beatifico aldilà dei Campi dei Giunchi, o Campi delle Offerte.
Nella raccolta di formule funerarie del Libro dei Morti, diffusa fino all’epoca romana, famoso è il capitolo 125, con l’illustrazione della ‘pesatura del cuore’ del defunto di fronte al tribunale di Osiride; ma vi è anche la serie dei cosiddetti ‘capitoli per il cuore’, dal 26 al 30, per proteggere l’organo, ma anche per evitare che esso testimoni contro il defunto nel momento del giudizio.
Il capitolo 29b, che contiene istruzioni per “fabbricare un amuleto–ꞽb in serehet”, materiale non identificato che sembra corrispondere a una resina di colore ambrato, rosso o marrone. Numerosissimi sono infatti i piccoli amuleti a forma del geroglifico del cuore (che rappresenta un cuore bovino) in corniola, diaspro, o materiali resinosi considerati adatti a questo tipo di amuleto proprio per le loro tonalità vicine al colore vivo del sangue; se ne trovano, tuttavia, anche in oro e in pietre semipreziose. Questi piccoli gioielli dovevano dunque proteggere il fondamentale organo e tutte le facoltà intellettive – in questo mondo, o nell’altro, quando erano inseriti in ornamenti per la mummia.


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Ultimo aggiornamento
10.05.2026