PSI inv. D 15 + P.Carlsb. INV. 421 + P.Tebt.Tait 9
Scheda Tecnica
Inventario: PSI inv. D 15 + P.Carlsb. inv. 421 + P.Tebt.Tait 9 (TM 97151)
Datazione: registro sul recto datato al 92/93 d.C.; testo sul verso assegnabile su base paleografica al II sec. d.C.
Luogo di conservazione: Istituto Papirologico “G. Vitelli”, Università di Firenze; Carlsberg papyrus collection, Università di Copenhagen; Ashmolean Museum, Oxford.
Contenuto: Il rotolo di papiro fu impiegato inizialmente sul recto per un registro fiscale di contribuenti della tassa giudaica (fiscus Iudaicus), redatto nel – o successivamente al - dodicesimo anno di Domiziano (92/93 d.C.). La mano è esperta e professionale e la scrittura è una corsiva regolare dai tracciati morbidi, ad asse dritto. L’elenco di uomini segue principalmente l’ordine alfabetico: ognuno è identificato con patronimico, nome del nonno (papponimo) e matronimico. Seguono, poi, una sequenza di anni di regno e importi, pagati o dovuti, il cui ammontare è 9 dracme e 2 oboli per ciascun anno. Si procede a ritroso dal 12° o dal 7° fino al 1° anno di regno di Domiziano; poi dal 3° al 1° di Tito, e si aggiungono il 10° e 8° anno di Vespasiano. Ogni registrazione si chiude con il calcolo della somma dovuta in totale.
L’ordine alfabetico interno non è stato, però, rigorosamente rispettato. Nel frammento 1, col. II, ad esempio, si leggono Φιλοῦς (r. 1) Φίλων (r. 5), Φιλοῦς (rr. 7 e 12). Fa eccezione il frammento 2, che elenca una persona il cui nome inizia per Δ (Dareis).
W. Clarysse ha osservato che i frammenti conservati contengono almeno dieci persone e tutti i nomi iniziano con Φιλ-. Moltiplicando questa cifra per 20 – cioè per le altre lettere dell’alfabeto – si arriva ad elencare almeno 200 persone. Un numero che suggerisce un’estensione considerevole e che fa propendere per un documento dell’amministrazione del distretto piuttosto che del villaggio.
In uno spazio vuoto del recto del papiro, uno scriba principiante, ma dalla grafia attenta, ha vergato un esercizio di scrittura in ieratico, ruotando il papiro di 180° rispetto al testo greco. Doveva trattarsi di uno stralcio di copiatura da un trattato di geografia religiosa, che inizia con “...aprire ciò che è nascosto, raggiungere i luoghi (?) per conoscere ciò che è in essi, penetrare i segreti del tempo dell’età primordiale…”, nominando poi l’Enneade, Ra e Horus, e l’isola di Elefantina. Questa annotazione offre dunque una breve ma preziosa testimonianza del processo di formazione degli aspiranti sacerdoti, i quali dovevano non solo padroneggiare le tre scritture egiziane - geroglifico, ieratico e demotico - ma anche acquisire una solida conoscenza della complessa materia sacra contenuta nei testi della biblioteca.
Sul verso si conserva parte di uno dei numerosi racconti della letteratura demotica in cui compare il re Necho Merneith, cioè Nechao I della XXVI dinastia. La storia rimane in gran parte oscura, ma i frammenti sono significativi dal punto di vista lessicografico, dal momento che testimoniano numerosi termini di ambito tessile. Inoltre, si conservano nomi di personaggi che possono essere utili nell’identificare in futuro nuovi frammenti della storia. La mano che ha vergato il verso è stata identificata in numerosi manoscritti ed è nota come “Scriba del Nun”.
Dopo la conquista di Gerusalemme, Vespasiano ordinò che la tassa offerta dagli Ebrei al tempio di Gerusalemme (in greco didrachmon) venisse versata al tempio di Giove Capitolino.
Da quel momento in poi sugli Ebrei d’Egitto venne imposto un testatico di 8 dracme (didrachmon) che, a differenza di altri (es. la laographia), gravava su tutta la popolazione ebraica che avesse compiuto il terzo anno di età fino a più di sessant’anni. Non erano concessi, dunque, né privilegi né esenzioni in base alla cittadinanza come avveniva per le altre tasse di capitazione, dalle quali erano esonerati gli abitanti di Alessandria, mentre gli abitanti delle metropoli godevano del privilegio di versare un importo ridotto. La tassa giudaica era imposta ugualmente su tutta la comunità ebraica (egiziani, metropoliti e alessandrini; donne, schiavi e bambini), forse intesa dal governo romano proprio come ‘popolo’ nel senso biblico del termine (cfr. Thompson e Goodman).
L’importo era lo stesso in ogni nomos e corrispondeva probabilmente a circa 9 dracme e 2 oboli, come suggerisce il nostro testo, ossia alla somma calcolata in valuta egiziana del didrachmon. Alle 8 dracme venivano aggiunti 2 oboli per le spese di conversione dalla moneta locale e 1 dracma di aparche.
L’identificazione di questa categoria di contribuenti sembra avvenisse tramite dichiarazione: tuttavia, l’ipotetica procedura necessita di essere confrontata con quanto riportato da Svetonio (Domit. 12.1-2) riguardo alla riforma di Domiziano di estendere il numero dei contribuenti.
FISCI IVDAICI -CALVMNIA SVBLATA © Staatliche Münzsammlung München, cat. 16-00128
Münze, Sesterz, 96 : https://www.kenom.de/objekt/record_DE-MUS 099114_kenom_183591/2/
La XXVI dinastia egizia (ca. 672-525 a.C.), detta “Saitica” dal nome della sua capitale Sais, nel Delta, costituisce il setting di molta della letteratura demotica rinvenuta nella ‘biblioteca’ di Tebtynis. È il caso del racconto sul verso di questo papiro, che nomina il re “Necho Merneith (N-kȝw Mr-Nt)”, il sovrano modernamente noto come Nechao I, fondatore della dinastia; il nome “Merneith (L’amato della dea Neith)” non figura storicamente nella titolatura del re, ma fu aggiunto nella finzione letteraria per distinguerlo dal successivo Nechao II, detto invece “Nechao il saggio”, o “Nechepsos (N-kȝw-pȝ-sš)”. Nechao I, nominato vassallo dal re assiro Esarhaddon quando questi invase l’Egitto nel 671 a.C., congiurò con altri principi del Delta per liberarsi dal giogo straniero, ma la rivolta venne soffocata qualche anno dopo dal nuovo sovrano assiro Assurbanipal. Sarà il figlio di Nechao I, Psammetico I, a riunificare il Paese e a restituire ad esso l'indipendenza nel 653 a.C., dando l’avvio ad una stagione di grande fioritura politica e culturale nota come "Rinascimento saitico".
Sotto il regno di Nechao I sono ambientati numerosi cicli di "romanzi storici" egiziani di epoca greco-romana, in particolare quello di Inaro (Ꞽrt-Ḥr-r.w), principe di Athribis, personaggio realmente esistito che prese parte alla lotta contro gli Assiri, ma la cui figura assunse presto i tratti di un eroe nazionale semi-leggendario anche a causa della sua confusione con un altro principe, Inaro II, che si oppose invece all'invasione persiana due secoli dopo. Nei secoli successivi, il ricordo di queste imprese confluirà in grandi narrazioni epiche incentrate sul confronto con i poteri stranieri – Nubiani, Assiri, Persiani – influenzate dalla coeva epica greca. Il ciclo di Inaro rappresenta il corpus narrativo più ampio dell’antico Egitto, e occupa da solo oltre un terzo del materiale letterario della "biblioteca" di Tebtynis. La resistenza è dunque il tema dominante di questi racconti, dove memoria, mito e identità collettiva si intrecciano ad elaborare una forma di risposta alla perdita dell'indipendenza e della sovranità culturale delle élite e delle classi sacerdotali egiziane in età romana.
La storia conservata nel papiro qui in esame è troppo frammentaria per offrirne una ricostruzione coerente. Il re Necho Merneith è menzionato in svariate narrazioni; è possibile che PSI inv. D 15 v. facesse parte di un “romanzo”, ancora in parte inedito, in cui la realtà storica viene ribaltata, e Necho Merneith attacca l'Assiria, ottenendo la vittoria per l'Egitto grazie anche all'epica lotta di Inaro contro il grifone inviato in campo dal re Esarhaddon. Mentre la seconda sezione del papiro sembra coinvolgere un “esercito”, i “grandi uomini dell’Egitto”, i comandi del faraone, un’armatura di ferro e una lancia, la prima parte, dove compaiono allusioni alla tessitura di un tessuto verde e alla realizzazione di una tunica (il tipico kalasiris egiziano, in demotico gl-šr), risulta interessante dal punto di vista lessicografico, con l’attestazione di svariati termini rari legati all’attività tessile, come le stoffe o abiti detti ḳbȝ e ꞽshy, sarti (nȝ rmṯ dlḳ) e il verbo glgl “stendere ad asciugare”, che può riferirsi a operazioni di lavanderia o di tintura.
Fig. Statuetta in bronzo rappresentante Nechao I o Nechao II. © Brooklyn Museum, cat. 71.11, licenza Creative Commons.
Il cosiddetto “Scriba del Nun” (“Nun hand” nella bibliografia anglosassone), copista del Racconto sul verso di questo papiro, è il nome convenzionalmente attribuito alla mano di un individuo (o, meno probabilmente, un gruppo dalla grafia del tutto simile) che si ritrova frequentemente nella biblioteca di Tebtynis. La denominazione deriva da uno dei primi testi pubblicati di questo copista, il cosiddetto Trattato sul Nun (P.Carlsberg 302 + PSI inv. D 7 + add. - TM 56179), opera cosmogonica sull’oceano primordiale.
La sua grafia è assai distintiva, per la rotondità pronunciata, il modulo regolare, il tratto piuttosto spesso e l’assenza di linee-guida, ed è databile alla prima metà del II sec. d.C. In epoca romana anche gli scribi egiziani avevano abbandonato il tradizionale “pennello” realizzato con l’estremità appuntita e ridotta in fibre di un giunco, in favore del calamo di canna usato dai greci, che produceva un tratto più uniforme e fine. Ma gli scribi templari cercavano spesso di riprodurre il contrasto chiaroscurale e lo spessore degli antichi pennelli, così da creare un’impressione visiva arcaizzante.
Lo “Scriba del Nun” è il più prolifico della biblioteca: la sua mano si ritrova in almeno una ventina di manoscritti, alcuni lunghi decine di pagine, dalla cui varietà arguiamo che gli scribi, probabilmente, non si “specializzavano” per generi letterari particolari. Oltre al Trattato sul Nun, il copista ha infatti vergato narrativa a sfondo storico e mitologico (più manoscritti del Ciclo di Inaro, una storia del Ciclo di Setne Khaemwaset, una copia del Mito dell’Occhio del Sole, oltre al caso qui presentato), un manuale geografico-cultuale, inni religiosi, testi di astrologia e oniromanzia; in ieratico ha inoltre redatto una copia del Libro del Fayyum con traduzione e commento in demotico. Nonostante la sua prolificità e perizia, solo due dei suoi manoscritti sono su rotoli nuovi, mentre tutti gli altri su materiale di riuso; ciò è probabilmente dovuto ai generi letterari di cui si è occupato, e non alla sua competenza.
In generale, la biblioteca mostra una certa varietà di “mani”: non tutti gli scribi dovevano essersi formati insieme, ma l’uniformità si ritrova nell’alto livello calligrafico della maggior parte dei papiri, prodotti di scribi esperti che avevano raggiunto grafie mature, eleganti e costanti.
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Ultimo aggiornamento
05.05.2026